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Ultimo tratto della corsa verso Milano.
La quarta tappa del viaggio Londra-Milano, dopo quelle raccontate da Tommaso Urselli, Susana Lastreto, Riccardo Mini è:

Lucerna-Gottardo-Milano
di Achille Jachetti

"Il libro è mio. Dico a te, italiano; hai la faccia da italiano, intendo… chiudilo…"

Due occhi spiritati tracciavano la traiettoria; una bocca, resa sgradevole dalla rabbia, sputava parole verso il bersaglio; verso di me. Il libro, un ammasso quasi informe di carta ammuffita e macchiata, era finito tra i miei piedi non appena il treno aveva lasciato Lucerna. Avevo cambiato treno: quei vagoni e quella cuccetta mi avevano regalato soltanto incubi. Ero ripartito nel pomeriggio dopo aver mangiato da "Sam's" un'improbabile pizza elvetico-californiana. La bambina era comparsa subito dopo; dico comparsa perché me l'ero trovata improvvisamente davanti.

Avevo da poco iniziato l'esplorazione d'un insperato paradiso d'incisioni antiche - quello che lei chiamava libro - quando due piccole mani, nascoste in pesanti guanti sfilacciati e molto sporchi, si erano tenacemente posate sulle mie. La mia istintiva ripugnanza verso gli oggetti toccati od anche soltanto sfiorati da mani estranee, amplificata da quel gesto, aveva immediatamente ripreso il sopravvento: alla curiosità era subentrata la repulsione.
La gelosa proprietaria del libro era ammuffita e macchiata quanto il suo tesoro. L'avevo inconsciamente collegata ad un musicista girovago. Lei infagottata, com'era, in uno strato infinito di scialli, corpetti e gonne (una sorta di campionario dei saldi di Fiorucci negli anni Settanta) e lui - nella mia proiezione avevo immaginato che fosse il padre - occhi neri, lucenti nello sporco d'un viso assediato da una barba antica; ricoperto, forse per ingannare meglio il mondo, da un assurdo completo giallo e nero; unto e felice; con l'immancabile fisarmonica in spalla.
La forza ridicola delle mani inguantate aveva facilmente ottenuto la mia resa; il libro era scomparso tra le pieghe infinite d'infiniti scialli.

La bambina si era seduta accanto a me - il vagone era deserto ed il mio imbarazzo s'era perso in quel vuoto - aveva pregato in uno strano tedesco, che avevo compreso perfettamente, e, senza guardarmi, aveva iniziato a parlare; forse rivolta a me, forse a qualcuno che esisteva soltanto nella sua mente.

"Lucerna è grande, bellissima: gli alberghi sono… non puoi sapere. Be' Lucerna è la chiave della Svizzera alpina, la chiave di tutto: allora ero piccola e allora per me vuol dire il milleottocentosettantaquattro; ma, insomma, capisci quello che dico?"
"Se lo chiedi a me, la risposta è sì. Il mio sangue è Walser, anche se ho la faccia da italiano e rubo i libri alle bambine bugiarde, ti capisco benissimo."
"Italiano, non interrompermi mai più con questo tono; se vuoi, chiedi. Fallo con gentilezza, fingi piuttosto, e forse sarò accondiscendente."
"Non occorre che io finga d'essere gentile, lo sono di natura, sono molto timido e gentile; per questo tutti hanno paura di me… tutti tranne te."
"I morti non possono più aver paura, è il vantaggio che ci dona la morte; ma è un altro discorso e forse ne riparleremo. Tu, italiano, dove scendi?"
"Milano, vado in teatro; un vecchio teatro in una vecchia chiesa sconsacrata. Anche laggiù c'è un fantasma, ma non è gentile e… bello come te; è soltanto dispettoso e non sopporta Sartre… già, tu non sai nemmeno chi sia Sartre."
"Un'informazione totalmente inutile per una piccola morta… vero?" Aveva riso improvvisamente, piegandosi in avanti e coprendosi la bocca con il libro; un riso che sapeva d'acqua di sorgente, piccoli sassi appena smossi e frusciare d'abeti accarezzati dal vento del nord.
"Ridi in un modo incantevole, nonostante…"
Era tornata seria; quasi imbronciata: "Nessuno ci vieta di ridere; anche mio padre sta ridendo: è quello con il completo giallo, il panciotto nero e quelle incredibili scarpe ocra, che mi piacciono tanto; è seduto di fronte a te, lo vedi? Quello con la barba. Insomma, lo vedi o no? Sei strano, se vedi me dovresti riuscire a vedere anche lui... forse succede perché sei italiano. Insomma, lo sta facendo da un bel po'…da quando ti ha visto con il mio libro in mano."

Vedevo soltanto lei; forse perché sono italiano, forse perché mi piacciono le storie con pochi personaggi. Forse non avevo la minima voglia di vedere suo padre e nemmeno gli altri viaggiatori - cominciavo a sospettare che ce ne fossero altri -; forse preferivo continuare a credermi solo con una bambina di circa centoquarant'anni. Ed era già troppo per un adoratore della dea Ragione.
"A cosa stai pensando? Vuoi che chieda a mio padre di suonare qualcosa? Io canto; siamo bravissimi: i touristes sono sempre stati generosi con noi, ne arrivano tanti e ne arriveranno ancora di più quando la galleria avrà attraversato il Gottardo e la ferrovia sarà finita. La tranquilla Lucerna, specchiata nella sua piccola baia e custodita dal Pilato, dal Righi e dalle altre cime innevate, sarà collegata a Milano in un unico viaggio. Ora non è così: Kusnacht, con i bellissimi prati lungo il lago, poi Goldau, con il treno che viene da Zug: a proposito, conosci Goldau, intendo la terribile storia di Goldau?"

"No, non la conosco, racconta se vuoi; comandi tu ormai… e poi, manca ancora tanto. A proposito di tempo e del tempo: adesso, per me, significa duemilaquattro; entra nella tua testolina? Il Gottardo è stato scavato da un pezzo e si può attraversare anche in auto - no, non le conosci -; non molto tempo fa è successo un incidente spaventoso…"
"Bravo, sei tempista, stavo per parlarti d'una terribile disgrazia: saresti una buona spalla. Dovresti unirti a noi: raccoglieremmo più monetine e forse anche qualche biglietto di banca; sei buffo e potresti fingerti un orso sciocco oppure un italiano matto che canta a squarciagola…"
"Sei piccola, morta ed arrogante; racconta…"
"Durante l'inverno del milleottocentocinque, era caduta moltissima neve e nell'estate successiva aveva continuato a piovere incessantemente; il terreno, a fine Agosto, non riusciva più ad assorbire l'umidità. Il due Settembre del milleottocentosei, molti, tra gli abitanti delle pendici del Rossberg, sentirono crepitare la roccia ed impazzirono: si misero a rincorrere animali, sogni, incubi e ricordi."
"Bella storia, te la sei inventata?"
"Italiano, non farmi arrabbiare; potrei trasformarti nel personaggio d'una delle tante storie del mio libro. Lo scrivo da più d'un secolo: molti saccenti ora urlano in mezzo alle sue pagine. Quando gridano troppo, stringo il libro o infilo un ago tra le pagine. Ieri ho catturato un principe malese spodestato, una tigre ed un ometto ridicolo vestito di verde: vuoi vedere come sgambetta quando trafiggo la sua pagina?"

"Tuo padre beveva? Scusami…"

Incredibilmente qualcuno, o forse qualcosa, aveva iniziato a ridere accanto a noi. In una storia datata Ottocento avrei iniziato a pregare; purtroppo c'ero entrato con duecento anni di ritardo, non ne avevo lo spirito né la voglia ed, oltretutto, avevo dimenticato da molto tempo il suono ed il potere delle preghiere.
"Scuse accettate. Allora… allora il Rossberg urlò la sua agonia ed il bosco dello Zauswald iniziò a prendere vita: gli alti abeti vennero gettati qua e là, come il grano maturo battuto dal vento. Gli uccelli si alzarono in volo gridando e volarono verso il Righi: erano così numerosi da sembrare sciami d'insetti. Terreni, abitazioni, stalle, uomini ed animali furono inghiottiti e travolti; trascinati da un vortice di roccia di parecchi milioni di metri cubi - non so bene, noi dicevamo tese cubiche - mentre il monte tuonava e scricchiolava, piangendo la propria impotenza ed il proprio dolore. La valle di Goldau divenne un deserto di pietra e di macerie alte fino a duecento metri. Be' la nuove ferrovia dovrà essere scavata in mezzo a quelle rovine; una bella galleria che correrà verso i quattrocentotrentatré morti svizzeri ed i quarantaquattro morti forestieri che, ovviamente, non contano. Quella è stata la mia prima morte. Quando mi sono risvegliata - dalla morte purtroppo ci si risveglia - ho scoperto di saper cantare; più tardi ho trovato un nuovo padre."

"Fingo di non aver sentito; ti conviene. Ho letto un cartello: a dir la verità, era proprio Goldau. Da quel che ho visto dal finestrino m'è sembrata una valle molto romantica."
"Tu non conosci il significato di romantico."
"Io, io sarei saccente? Vai avanti." La mia piccola insegnante di storia locale s'era rinchiusa in un silenzio molto simile a quello che, sul Rossberg, doveva aver sostituito il frastuono della frana. "Prima di parlarti delle altre tappe del nostro viaggio, devo raccontarti una favola."
"Era ora; dopotutto sei una bambina. Lo sei ancora? Ne dubito. Ho dubbi immensi; profondi come i tuoi occhi neri, verdi ed azzurri o grigi; quelli dorati che, ancora, non ho visto."
"Esiste un italiano serio? Non cercare di farmi ridere; non è il momento. Verrà, non dubitarne; ma non ora…" Il suo tono era cambiato, era quello d'una donna ferita. Il silenzio era totale, aveva cancellato anche il ritmico balbettio del treno.
Correvamo veloci verso l'ultima parte del lago dei Quattro Cantoni; qualcosa di simile alla primavera cominciava ad insinuarsi nel vagone attraverso i finestrini. Il tramonto era vicino ed oltre il Gottardo avremmo incontrato la nostra sera. Milano, il teatro e la prima di "Stazioni" erano nascosti in qualche angolo del tempo: mi domandavo se mai ne sarebbero riemersi; se mai avrei incontrato nuovamente il mio tempo.
"Hai notato l'ultimo villaggio? Allora non esisteva. Laggiù c'era una stazione di posta e lì venivano cambiati i cavalli alle grandi diligenze che attraversavano il passo. Ora c'è un albergo - si chiama Postillon in ricordo di quello che avveniva allora - e poco lontano c'è una piccola radura vicino alla riva: è cambiata, come la gente che la frequenta, ma il lago e la vista sono gli stessi. Noi ci fermavamo lì; quella radura era una delle nostre tappe durante il viaggio di ritorno verso casa. Avevo dieci anni ed ero felice: avevamo raccolto molti soldi; touristes generosi e qualche lavoro di mio padre - intagliava benissimo il legno - avevano piacevolmente appesantito la nostra borsa. Era arrivato l'autunno ed i vapori, bassi sul lago, erano densi e pesanti; il vento, più scuro della notte, era troppo leggero e non riusciva a vincere quella strana nebbia: sembrava carico di polvere di piombo e portava l'eco di lampi dorati. Avevamo rubato paglia e stracci alla stazione di posta e c'eravamo addormentati. Abbracciati. Il cielo, infinitamente lontano dalle brume del lago, era terso; le stelle foravano la volta celeste e gli dei ci guardavano da quelle fessure benedette. Sentivo il calore di mio padre e lui la mia fragilità. Forse quella era la felicità: la libertà, i sogni cullati da tante stupide illusioni; nessun ricordo. Non aspettavamo nulla. Nessuno ci aspettava…"

"Non ti senti bene? Fermati… sono, e sarò per sempre, soltanto un estraneo, non devi…"
La voce della bambina - chissà come si chiamava? - s'era incrinata; sembrava che stesse per piangere od urlare; forse entrambe le cose. Una storia senza senso: quella d'un uomo e d'una bambina di due secoli diversi, a bordo d'un treno che assomigliava sempre di più, di traversina in traversina, allo scorrere del tempo; posti di fronte ad un dolore così forte da oltrepassare l'istante che l'aveva generato. Così puro da alzarsi verso il cielo e così orribile da scavarsi una tana nella terra: per scenderne o per uscirne a piacimento.
"Non posso più piangere: posso ridere finché voglio ma non piangere, è la nostra regola. Non sei cinico come sembri; sei fortunato, non vivrai in eterno."
"Fortunato? Grazie, qualunque sia il significato di quello che hai detto…"
"…il giorno dopo ci hanno trovati ancora abbracciati. Poco lontano da dove c'eravamo addormentati. Qualcuno come noi ma non come noi, ci aveva seguito ed aveva deciso di arricchirsi facilmente. Nel sonno ho sentito mio padre tremare, urlare e poi lanciarmi lontano da lui; quel qualcuno gli aveva piantato un coltello vicino al cuore, vicino a me; era riuscito ad alzarsi, a spostarmi e poi era ricaduto sul prato; ho cercato di proteggerlo, di abbracciarlo ancora… ma mi hanno tagliato la gola." Flüelen - Fiora - ed il suo porto erano passati senza che lei dicesse altro; sopra ed intorno a noi erano passati il Pizzo di Vinei e Fibbia; Lucendo, Schipsins, il Sasso del San Gottardo, Gospis e poi distese d'alberi di noce ed ancora rocce immani coperte di muschio, neri abeti ed il rumoreggiare della Reuss in fondo ai burroni; infine Wassen, Göschenen ed il tunnel. Sopra di noi ancora l'Unserthal ed al di là Airolo; avevamo iniziato a scendere verso Biasca e la valle del Reno anteriore, verso la Riviera e Bellinzona.
"Ci hanno stesi in due casse ed hanno lasciato che decidesse il parroco. Be', prima di essere un uomo di Chiesa era un buon uomo; conosceva la compassione ancor prima che altri gliela insegnassero. Da solo, ci ha riuniti in una sola cassa; abbracciati com'eravamo stati trovati. Nella mia cassa ha messo la fisarmonica; ha chiuso e ci ha benedetto. Gli uomini che hanno sollevato la cassa più grande stavano protestando per il peso, quando dalla mia cassa s'è alzato il suono della fisarmonica. Il parroco ha sorriso e tutti si sono convinti che fossimo due anime benedette. Ci hanno sepolto, con cura e mille preghiere, sotto una croce sulla quale è stata incisa soltanto una data. Siamo ancora là, se vuoi venirci a trovare: in tanti, dopo tanto tempo, portano ancora fiori ai due musicisti… a proposito, ho sentito la tua inutile domanda silenziosa: mi chiamo Sonali. Mio padre adorava l'India ed il mio nome significa "lucente come l'oro"; fra tre reincarnazioni mi chiamerò Alison - è l'anagramma del mio nome - e forse t'incontrerò da qualche parte. Ricordati di Goldau, dei miei occhi dorati e del significato del mio nuovo nome: ti servirà."

I vostri racconti! Si inserisce qui il dialogo da scompartimento inviato da Donatella Bono

Appena entro, la piccola Alison mi riconosce subito.
Serra le labbra, seria, si volta verso il finestrino e finge di addormentarsi.

"Posso?" chiedo all'uomo vestito di nero. Gli occhi chiari mi scrutano un momento. "Prego" Mi siedo.

Silenzio. Fuori, la Svizzera, Lucerna la splendente, i monti che ho spesso scalato; quasi mi sembra di sentire ancora l'odore della neve.

"E pensare che una volta detestavo i treni" dico, pensando ad alta voce.
"Ora non più?" chiede l'uomo, educatamente, perché si vede che vorrebbe solo starsene nel suo angolino in pace.
"Tuttora, direi. Ma almeno, faccio due chiacchiere. Può essere noioso avere tanto tempo a disposizione, sa?"
"Be', non lavora, non ha una famiglia?"
"Oh sì, una volta. Cioè, prima…"
"Prima?"
"Di addormentarmi di colpo, così, all'improvviso. E' stata una tale seccatura, insomma, uno dovrebbe avere il tempo di salutare, sistemare le cose e…uhmmm, non lasciarsi dietro troppi rimpianti…"

L'uomo dev'essere uno di quei pochi dotati di intuizione: quindi impallidisce, guarda me, poi la bambina, rabbrividisce.

"Oh, non le farò nulla, sorrido, incoraggiante. Niente vampiri o roba del genere. E' solo che mi annoiavo…"
"Lei mi sta dicendo che l'eternità è una fregatura?"
"SHHH!, ci ascolta, sa! Ma certo che no, però bisogna farci l'abitudine…"
Silenzio. "Qual è la cosa peggiore dell'esser morti?"sussurra l'uomo in nero.
"non è ovvio? Il freddo, non poter più toccare nessuno. Dicono che poi s dimentica, ma a me par di impazzire a volte…"
Oddio, glielo chiedo o no?
"Scusi…"
"sì, dica…"
"date le circostanze un bacio me lo darebbe lo stesso?"

Un altro tunnel e poi Lugano, bellissima da qualunque angolo la si prenda - come avrebbe detto la mia insegnate che invece s'era immersa nuovamente nei suoi pensieri - e Chiasso; poi Como e di corsa fino a Milano. Posto che i fantasmi dormano, la mia inesistente compagna di viaggio sembrava essersi addormentata. Non le avevo creduto: lei, incarnata in Sonali, per me non esisteva ancora. Alison… Alison forse è esistita: forse esiste ed è necessario che io lo creda.

I vostri racconti! Si inserisce qui il dialogo da scompartimento inviato da Francesco Stefanini dal titolo "Parzifal_Bernasconi"

Un fruscio impercettibile nel fragore del treno all'uscita d'una galleria. Una presenza alle mie spalle. Una sorta di Sherlock Holmes, rivestito da Versace, mi rivolge la parola.

"Buongiorno a voi. Questo è il mio biglietto da visita; prego potete leggere: "Parzifal Bernasconi, investigatore privato, Via dei Nobili Rusca 777, Lugano"; Parzifal con la "z" mi raccomando; come l'originale di von Eschenbach. Giù al sud dite Parsifal con la "s", roba da non credere!"

Credevo d'essere solo - a parte padre e figlia, trapassati e trasparenti - ed invece ero alle prese con un investigatore privato vestito da margherita sfiorita che per di più mi dava del "voi"!

"Sentite, avete mica visto due loschi figuri vestiti da controllori, eh?"
"E a lei? Dico, io del sud, a lei, sottolineo a lei, cosa…"
"Nervosetti eh? Si dà che io sia nel bel mezzo d'un intricato intrigo internazionale; mica sto bevendo un "lissio" al bar del "debarcadero"! Eh, no, cari voi, bei tomi del sud!"
"Un intrigo? Se tu sei un investigatore, io sono Madre Teresa! Comunque li ho visti; quello col cappello e quello senza cappello. Mi hanno chiesto se avevo visto una ragazza nuda".
Parzifal-con-la-zeta, a quel punto, ha estratto una lente d'ingrandimento ed ha cominciato ad osservare i miei capelli. La cosa era talmente idiota che non sono riuscito nemmeno ad insultarlo.
"Ok, nervosetti. Dite la verità; i vostri capelli non mentono!"
"Se non togli quella lente dal mio scalpo ti trasformo in un ex-investigatore!"
"Scusatemi, avete ragione. Preso dal climax dell'acme dell'indagine, dimentico le buone maniere di noi confederati! Sto cercando un pericoloso spacciatore di fantasmi; è partito da Londra e so che è diretto a Milano. Viaggia in compagnia di due spettri che spaccerà al Teatro Arsenale durante "Le fate lascive"! Che titolo! Sarà roba che da noi si vede solo in quei posti con vista panoramica dove ci sono le sventoline, non so se mi spiego…"

A Chiasso, era salito, finalmente, un altro passeggero; avevo già incontrato la sua forfora ed i suoi occhiali fosforescenti: aveva aperto una ventiquattr'ore fluorescente, ne aveva tolto centinaia di sottili fette di pane, le aveva ricoperte di formaggio - ad una velocità incredibile - ed aveva iniziato a gettarle dal finestrino. Due occhi da uccello avevano cercato i miei.

"La vedo anch'io, la bambina; cosa credi…"
"Prego?"
"Non fare il furbo, io non perderò la strada; la sto segnando da Londra, io; la strada, dico, non Alison… quella non è ancora Alison. La seguo con le fette di pane, io; tu invece hai già perso la testa, lo capisco benissimo; anch'io ero come te, prima di guarire: vedevo i fantasmi e ci credevo, ora li vedo ma non ci credo: semplice. Mi fai pena. Forse leggere questo ti aiuterà; è stato scritto nel giugno del millenovecentocinquantadue..." Dopo aver nuovamente aperto la ventiquattr'ore mi aveva gettato in faccia un piccolo libro rovinato. A pagina centoquindici un segnalibro ed alcune righe sottolineate: - Maigret esitò. Doveva scegliere fra due soluzioni e optò per quella che credette migliore. "All'Hotel Gilmore, di fronte a Victoria Station" - . Ancora Victoria Station ed ancora Alison… tre generazioni prima della sua. Avevo iniziato a sperare, molto infantilmente, che avrei trovato la soluzione in teatro.
"Cosa ci faceva Maigret a Londra? Ecco un bel problema, caro sano di mente…"
"Vai al diavolo, imbecille!"

Uno scossone, le luci, l'odore del formaggio, la mia giovane inesistente amica addormentata. Ho sentito il suono della fisarmonica ed ho salutato suo padre. L'ho presa in braccio e sono corso verso la fermata della metropolitana. Il pazzo ha ripreso a lanciare fette di pane - addosso ad ignari passanti e passeggeri -. Dal conscio ferroviario siamo passati al subconscio metropolitano; fermata Duomo: riemergiamo nel conscio; finalmente il Quattordici, silenzioso, verde e luminoso, un'invidia ripiena di giapponesi; tre fermate. Il teatro Arsenale, il cancello, pochi gradini. Ho già l'invito in mano: alla cassa nessuno nota la bambina. Mi siedo. Nella penombra il profilo di Alison si staglia sulla brughiera del fondale: si sta voltando, è seduta in prima fila. Mi vede e torna a voltarsi. Fruga nella borsa, scrive qualcosa; mi lancia un foglio accartocciato (soltanto lei può fare una cosa simile). Lo afferro al volo senza svegliare Sonali. Leggo: "Chi è la bambina? Mi assomiglia, devi parlarmene. Non rispondi mai al telefono! Gilmore, il vostro nuovo produttore, vi sta cercando da una settimana: avete vinto il vostro primo disco d'oro! I "Sofference" sono in testa a tutte le classifiche! Aspettami all'uscita: non scappare come al solito. P.S. Viviamo insieme ormai da tre anni... Ho imparato a conoscerti, so che in questo momento sei perso in uno dei tuoi soliti sogni ma sei seduto tra una ragazza nuda ed un maniaco con gli occhiali fosforescenti… te ne sei accorto?".



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