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Ma ora salire in carrozza: la corsa verso Milano riprende.
La seconda tappa del viaggio Londra-Milano, dopo "Ma cosa ci faccio io qui" di Tommaso Urselli è raccontata da Susana Lastreto

Effetti benefici della pillola miracolosa...
Comincio a rilassarmi. Ora il treno corre sotto il mare, un lungo tubo silenzioso che si sposta a tutta velocità.
Ma questo treno assomiglia davvero ad un aereo! Così angusto, sedili stretti e nient'altro, dai finestrini non si vede niente, solo i muri del tunnel.
Senza la "pillola-contro-il-mal-d'aereo-e-non-solo" sarei già morto di nausea...
Sandokan, in che prigione mi hai trascinato con la tua pubblicità menzognera: questo non è un treno, è un aereo camuffato da sottomarino, una caverna preistorica, un ventre, Sandokan...

In altri tempi, da bambino, mi ricordo di te, Sandokan, eri un navigatore, un pirata, scimitarra in mano, sui mari di Salgari, ed io ero malato, ero sempre malato per restarmene a letto, per non andare a scuola nei giorni di pioggia, nei giorni di sole, nei giorni di neve, e tutti gli altri giorni; per sognare il Borneo, Giava, Sumatra; per non annegare nelle tinozze e nei loro problemi con il rubinetto: "in quanto tempo si riempie una tinozza, sapendo che..."; per sognare quando i treni partono insieme e... "Calcolare a che velocità si muovono due treni e a che ora arrivano, sapendo che sono partiti dalla stazione ad orari differenti e che arrivano insieme a..."
No Sandokan, no: nel Borneo non c'erano né tinozze né treni ma soltanto il mare ricolmo di promesse, il mare con i suoi vascelli pirata, il mare e isole misteriose da scoprire, il mare e poi Mariana, la fidanzata del pirata, la fidanzata di Sandokan, la mia fidanzata dei giorni dell'infanzia a Milano, dietro alle finestre chiuse sulla nebbia, in fondo al letto dove segretamente la carezzavo. Lo sai tu, Sandokan, quante malattie infantili sono riuscito ad acchiappare allora? È cosi che le chiamavano, Sandokan, gli orecchioni, la rosolia, la varicella, e perfino la scarlattina, sì pure quella, io l'ho avuta... Quante malattie eruttive? Eruttive come l'amore... Ma anche l'amore è una malattia infantile non credi? L'amore, quell'eruzione violenta, imprevista, dall'aritmetica impossibile...

"Quanto tempo dura quest'eruzione sapendo che si è manifestata in una città straniera alla vostra e che il suo sviluppo è proporzionale al numero di chilometri che separano il corpo dalla sorgente che ha provocato l'eruzione, al numero di aerei o treni da prendere, alle lettere scambiate, ai passaggi della pioggia nell'una o nell'altra città e all'intervento dell'ignoto, soluzione dell'equazione... Calcolare".

Sandokan, la tua pillola non è prevista contro il mal d'amore. E infine perché sono venuto a Londra? E perché me ne sono andato subito? E perché mi trovo di nuovo su questo treno? Per amore, Sandokan, è la sola cosa che mi fa muovere, questo corpo in eruzione che mi fa sentire vivo...

- Va lontano?

Apro gli occhi. Il signore davanti a me mi guarda, affabile, vestito di nero, chioma da uccello, mani ossute, gli occhiali che avevo trovato disgustosi di colpo diventati fosforoscenti.

- Lontano? ... non so...

Da quando ho smesso di crescere, da quando ho finito l'università, da quando porto il nome di Paride, cerco la mia Mariana, e la mia si chiama Alison...

- Lontano? Non so... cerco qualcuno... una donna... lei era la mia "pen-friend"... l'ho persa, per cui sono sempre in eruzione... Ma perché le dico tutto questo?

Si, perché? Da quand'è che parlo con gli sconosciuti sul treno, io che non parlo mai, io, il riservato, il "quasi muto", che non vuole esprimersi che con la musica, che ho chiamato il mio gruppo rock "I sofference"...
Ma io soffro? E di che? "Della mia assenza!", mormora una tenue voce dall'accento inglese...
No! urlo tra me e me: come si può soffrire per l'assenza di una persona che nemmeno si conosce? "Giusto", dice la tenue voce, insidiosa, irriverente, dal fascinoso accento inglese, " l'ignoto fa sognare, fa parte dell'equazione da risolvere..."

- "Perché io la ascolto" dice l'uomo con gli occhiali fosforescenti. E continua a fissarmi senza che io possa vedere i suoi occhi. D'un tratto mi appare come un uccello notturno, una creatura di un'altra epoca, e tremo.

Compaiono di colpo con violenza il cielo grigio e uno stormo di gabbiani. Il mare resta appeso all'orizzonte dietro il treno che corre in mezzo ai campi della douce France... Ho un sussulto...
Di già? ... Il porto di Calais sfuma nella nebbia.
Il treno scorre, la vita scorre, non bisogna lasciarla scorrere via, la vita, senza toccare Alison, a piene mani, senza conoscerla con la mia bocca, con il mio ventre, con ogni particella della mia pelle, dopotutto non siamo che dei corpi...
"Non solo", sussurra la tenue voce dal fascinoso accento inglese, "spirito, linguaggio, immaginazione, siamo anche questo, darling, don't you think?" Io sogghigno: fesserie, stupid things, non c'è nulla che valga quanto la mia mano che scivola sulla tua pelle, non si può vivere senza toccare, i ciechi toccano per conoscere, io voglio toccarti perché tu divenga reale... "Ah, ah, ah", ride in inglese la tenue voce irriverente, ah, ah, ah, fa il treno mentre si distende nella campagna verde, molto verde, perché in queste contrade della douce France piove, piove, come in Inghilterra...

- "Sì, è vero, lei mi ascolta", rispondo all'uomo fosforescente.
"Vede, è che ho perso la testa, così, d'un tratto, in una città straniera, precisamente a Londra, dove sono andato a cercare un amore d'altri tempi senza neppure sapere davvero se si trattava di un amore, vede, era più che altro una "pen-friend" dei tempi in cui studiavo al liceo, ma ecco, siccome laggiù non l'ho trovata, ho cominciato ad avere mal di pancia, diarrea, caldo e freddo, paura e gioia, la testa che gira e che si svita, il sesso che fa capriole, un'eruzione cutanea, bruciori di stomaco, voglia di cantare in inglese (ho creato un gruppo rock che si chiama "I sofference"), voglia infinita di bere birra inglese a bicchieroni stracolmi, di quella densa e scura che affoga i dispiaceri, voglia di fumare tutto ciò che non ho mai fumato, voglia di assumere sostanze che facciano venire la febbre, di inghiottire quei funghi che fanno vedere il nirvana, anche di morire, subito, qui, così che il corpo fiorisca, prima di sfiorire... Vede, il mio corpo patisce i sintomi dell'amore..."

Gli occhiali fosforescenti mi guardano, le labbra sorridono con lieve ironia, le mani ossute ripongono il coltello nella ventiquattr'ore, finisce di deglutire l'ultimo pezzo di pane e formaggio, poi gira la testa verso il finestrino e guarda il cielo. Di colpo mi sembra che il cielo si sia oscurato e che le mani siano sempre più ossute. Riesco a intravedere la forma e la taglia del suo scheletro, perfettamente vestito col suo mantello nero.
Ho le allucinazioni, Sandokan, è l'effetto delle tue pillole contro-il-mal-d'aereo-e-non-solo...

Ora il treno sfila lungo immensi cimiteri. È incredibile, così tante croci! Viali interi di croci bianche, piccole, tutte esattamente uguali, piantate nell'erba scintillante lungo linee geometricamente perfette, color smeraldo come il mare del Borneo a quest'ora, quando scende la sera.

- "Sono cimiteri inglesi", dice l'uomo dagli occhiali fosforescenti. "Questo non è molto grande... solamente dodicimilaottocentoottantacinque tombe... Morti nella grande guerra, il secolo scorso".
- "Dodicimila che... solamente!? ... Il secolo scorso...?"

Ed ecco che di colpo mi rendo conto che sì, abbiamo da poco cambiato di secolo; che stiamo viaggiando già da qualche anno in questo XXI secolo pieno di pirati, di isole oscure, di immensi cimiteri, e che anche Alison appartiene al secolo scorso, al tempo dei sogni, delle malattie infantili, delle eruzioni cutanee, ed ecco allora che la sensazione di una perdita, dolce come la vecchia nebbia dalle finestre di Milano, si installa imprevista nel fondo del mio stomaco.
Il treno si ferma. Una voce lontana annuncia nell'altoparlante: "Il treno si è fermato in mezzo alla campagna per un imprevisto controllo tecnico. Preghiamo i passeggeri di non provare a scendere. Vi ringraziamo per la vostra pazienza".

L'uomo dagli occhiali fosforescenti si alza e la sua sagoma lunga e smunta sembra fluttuare nello scompartimento: "Mi segua, le mostrerò qualcosa", apre la porta, si affaccia nel corridoio e mi fa segno di seguirlo. Io obbedisco, affascinato, attratto mio malgrado. Passando di fianco agli altri scompartimenti mi accorgo che sono deserti, o meglio che le tendine tirate sui vetri impediscono di vedere se ci sia qualcuno dentro. L'uomo apre la porta del vagone, scende, attraversa i binari e mi guarda: "Non abbia paura, il treno non ripartirà senza di noi".

Io non so perché ma lo seguo, Sandokan, non so per quale irrefrenabile curiosità, per quale eroico ricordo dei libri di Salgari, per quale presentimento di mistero che di colpo agita la nebbia nel mio stomaco. Non riesco a spiegarmi il perché ma lo seguo.

È il crepuscolo. Davanti a noi si estende un piccolo cimitero quadrato pieno di croci bianche ben allineate. Lui si incammina nel primo viale ed io dietro di lui.
- "Legga i nomi ai piedi delle croci", mi dice.
Ai piedi della prima croce c'e' una piccola scritta: Alison. Ai piedi della seconda: Alison. E ai piedi della terza... della quarta... della quinta... Percorro incredulo uno ad uno tutti i viali.
Il nome di Alison, inciso con lettere argentee su una piccola placca di marmo, naviga su un mare di crocefissi sotto il cielo del crepuscolo, danza sotto i miei occhi con caratteri pieni e sottili, come un elegante firma in fondo ad una lettera d'amore.

Guardo l'uomo dagli occhiali fosforescenti, immobile di fianco ad una croce: "Cosa vuol dire tutto questo? Lei conosce Alison? Chi sono tutte queste Alison?".
Lui ride, misterioso. "Tutti o... tutte... La prima volta che mi sono fermato in questo cimitero, fu per caso, un guasto al treno, lo trovai molto divertente. Spedii una cartolina a mia moglie, che si chiamava Alison, appunto: "Ho trovato il tuo cimitero", le ho scritto, "c'è solo da scegliere la tomba"... Lei non ha per nulla apprezzato la mia burla, mi ha detto che non era per nulla divertente..." Ride ancora, in modo strano.
"In effetti non ci trovo nulla di divertente", gli dico. "E vostra moglie..."
Lui mi interrompe: "È morta". Io ammutolisco. Nel mio stomaco vibra un suono di paura, che è in realtà, mi dico, l'inizio di quel pezzo di rock gotico che provo a comporre invano da quando ho creato il gruppo "I sofference". Ma è anche il treno che cigola, pronto a ripartire. Mi metto a correre lungo i viali di tombe e mi sembra che tutte mormorino "Alison, Alison... Ali-son-son, A... lison, Ali-Son", e il mormorio cresce e diventa un ritmo rock furioso che mi urta, mi percuote e mi spinge sul treno giusto all'ultimo minuto, appena prima che ricominci a correre nella notte ormai fonda, attraverso i campi, attraverso città illuminate, attraverso nebbie e ricordi.

Ed ecco che mi ritrovo nello scompartimento, solo. Ma dove è finito l'uomo con gli occhiali fosforescenti? Ora il treno è di nuovo pieno. Ci sono passeggeri che fumano nel corridoio, che ascoltano musica, che parlano, ridono, si preparano a scendere a Parigi, ci siamo, ecco la Gare du Nord, il tempo ha subito un'accelerazione, io non capisco più niente, sono riuscito a malapena a salire sul treno deserto, ed eccomi qui che scendo sul marciapiede della Gare du Nord: è brulicante, è stracolmo di gente e di ostacoli, esala ogni tipo di odore, parla tutte le lingue.
Faccio appena in tempo a lanciarmi in un taxi e attraversare Parigi verso la Gare de Bercy. Il conducente accende la radio: I love you, Alison pretty girl, sbraita un mediocre cantante americano... Incomincio a fremere e chiedo al conducente di spegnere. Lui ride, spegne la radio, e mi lancia una strana occhiata dallo specchietto retrovisore... o forse sono io che lo immagino?

La Gare de Bercy è un antico scalo merci oggi riadattata al trasporto passeggeri. Durante il giorno partono dei treni come il notturno per l'Italia, blu cupo, vetri sbarrati. Qui il marciapiede è quasi vuoto, e' un altro mondo, lontano dalla folla cosmopolita della Gare du Nord.
"Il biglietto, signore", mi chiede il controllore in italiano. Sotto la visiera del suo berretto si intravede uno sguardo gentile, mi indica il vagone, lo scompartimento, la mia cuccetta, quella in alto a sinistra. Per il momento sono solo.
"E forse lo resterà", mi dice lui, "ci sono pochi viaggiatori durante la settimana, il week-end è un'altra cosa".

Io mi sdraio completamente vestito e aspetto la partenza del treno. Mi sembra di aver lasciato Milano da anni, Sandokan, e te ne voglio per tutti questi treni, per quella prigione, per quella pubblicità che mi ha spinto fino a Londra e mi ha fatto tornare indietro ai tempi della mia "pen-friend"... Chiudo gli occhi, prosciugato, e mi ricordo del bambino che ero... Ho la varicella, scotto, fuori dalla finestra piove, io navigo sul mare tropicale a Giava, a Sumatra, nel Borneo... i seni di Mariana, la fidanzata di Sandokan scivolano tra le mie mani... bisognerebbe che Sandokan morisse in battaglia cosicché lei potesse essere mia, soltanto mia; seppelliremo Sandokan in un cimitero inglese, Mariana verrà a vivere a Milano e avrà una nuova carta d'identità, si chiamerà Alison e...

Mi sveglio di soprassalto: il treno corre e qualcuno ha appena aperto la porta dello scompartimento ed è sgusciato nella cuccetta sopra la mia. Un delizioso profumo si spande nello scompartimento... Ma è uno scompartimento per uomini! Questo non è l'odore di un uomo, è il profumo di una donna... non oso accendere la luce. Mi siedo sulla cuccetta, poi decido di scendere, appoggio un piede sulla scaletta, sento una mano sulla mia caviglia, io ...

Vai alla terza tappa del viaggio...

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La terza tappa del viaggio, scritta da Riccardo Mini, è on line.

Si ringrazia Ino Lucia che ha curato la traduzione (francese-italiano) del racconto di Susana Lastreto.

Ino Lucia è anche assistente alla regia dello spettacolo STAZIONI (BLACK OUT di Riccardo Mini - VICTORIA STATION di Harold Pinter) in scena al Teatro Arsenale fino al 9 maggio e autore della foto "dal finestrino" riportata in tutte le pagine di questo sito.

 
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