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E... INVIACELA!
Ma ora... salire in carrozza, prego: la corsa verso Milano riprende.
La terza tappa del viaggio Londra-Milano, dopo quelle raccontate
da Tommaso Urselli e da Susana
Lastreto è raccontata da: Riccardo Mini
… devo confessare che non ero ancora mai stato con una donna.
Gli anni di università li avevo passati più o meno così, seduto in
biblioteca, a guardarle passare. I giorni passavano, gli anni, le
donne, ogni tanto pioveva, poi usciva il sole, e io ero ancora lì,
seduto, a guardarle. Immaginavo dialoghi interi pieni d'amore, ma
non osavo mai aprire bocca. Allora scrivevo. Poesie. Trattati. Romanzi
brevi. Canzoni.
I primi tre album dei "sofference" erano nati nella mia mente proprio
mentre sedevo di fianco ad una ragazza che preparava l'esame di psicologia
dell'età evolutiva. L'ultimo della trilogia si intitolava "Guarda
il nostro bimbo come cresce bene - unplugged" e si interrompeva
bruscamente a metà del secondo lato, sulla canzone "I primi passi
dopo lo svezzamento", quando la sentii dire ad un'amica: "Beh,
io ho finito il programma, mi sa che nei prossimi giorni resto a casa
a ripetere."
E fu un vero peccato, perché l'assolo di bandeon che concludeva il
pezzo non era niente male.
Scrivere mi veniva facile, per questo con Alison ero convinto che
le cose andassero a gonfie vele, almeno finché le si seccò la penna.
Si inserisce qui il dialogo da scompartimento inviato
da Graziana Cinquepalmi
Il foglio era bianco davanti a me. Guardavo verso gli angoli, mi concentravo
sulle righe... ma niente. Era tutto bianco.
Desideravo urlare, desideravo sbattere i pugni, impazzire e rendere
lecita la mia nullità. Desideravo non amare sempre in quel
modo incondizionato. Ma niente.
Ero ferma e impassibile lì davanti al bianco del foglio, e
lì dentro lo sguardo si è perso, seduta alla poltrona
davanti al sipario, i pensieri hanno preso il sopravvento sulla parola
e hanno iniziato a vagare, a farsi strada nei ricordi…
Mi concentro sul rumore ciclico del treno così ritmico
e così regolare, sembra quasi formare una melodia in stile
"Stomp"..e io la seguo... l'accompagno tamburellando le
dita sul ginocchio, mentre gli occhi esplorano il paesaggio e vispi
carpiscono ogni immagine e forma.
Osservo il mare, il mio mare, quel mare che chissà, quando
potrò rivedere. Ogni tanto li chiudo per cercare di ricordare
quello che ho visto fino ad allora, pensando a quando avrei rivissuto
quel viaggio a Milano come un ricordo lontano.
Lui mi aspetta in stazione... abbiamo appuntamento vicino alla
scalinata centrale.
Arrivata a (…) un tremore mi assale, mi invade le vene...
l'immagine è sempre più nitida davanti a me…vedo
Lui e me alla scalinata, scendiamo le scale, io salgo sulla Sua
Macchina e Lui mi porta a Casa…ora è anche mia, devo
vivere anche io in quella casa, ne abbiamo parlato tanto, abbiamo
fatto tanti progetti... sto lasciando la mia famiglia per andare
lì, e poi…Lui stasera mi farà conoscere i Suoi
Amici, Loro aspettano di conoscermi da tre anni…
…..Un attimo, il bianco ancora davanti a me… Io scendo
dal treno... devo...devo andargli incontro.
Sono sul marciapiede, alla mia sinistra il treno appena arrivato..alla
mia destra un treno in lento movimento....sembra stia per partire…io
sono in mezzo... con l'immagine della scalinata stampata negli occhi.
È un attimo... mi getto a destra…
Ignoro dove vada quel treno ..non lo chiedo neanche ai miei "vicini
di viaggio"..né tantomeno mi interessa... l'importante
è che vada lontano…lontano….
Credo al destino, so che quel treno è una benedizione, una
manna dal cielo…
Dopo un po' di tempo, dopo che il cuore mi è ritornato a
posto, dopo che la sudorazione ha raggiunto i normali livelli, dopo
che la saliva ha smesso di seccarsi…inizio a guardarmi intorno
nella speranza di cogliere intorno a me qualche segno del destino,
qualche cosa che mi possa comunicare il consenso per quello che
avevo fatto…
Osservo la gente e parlo con me stessa, come per farmi compagnia.
"Questo uomo, con la 24 ore sulle gambe, la tiene stretta come
se dentro ci fosse un tesoro.."
" E se invece avesse un'arma?"
"Beh..non ha gli occhi da serial killer..né da maniaco
sessuale.."
"Speriamo bene…"
"E poi..ammazzerebbe prima la ragazza che gli è seduta
accanto…"
"Anche lei è strana..
"E ha anche grossi seni! "
"Secondo me lui sotto quegli occhiali fosforescenti le sta
guardando le tette…si .. si…!"
" Ora lui sorride pure…eheheh!"
"Sì gliele sta guardando e lei non se ne accorge!!"
"…intenta com'è a studiare…"
"Oddio... ora l'uomo sta guardando da questa parte!"
Mi rannicchio istintivamente e fuggo il suo sguardo..una voce straniera..
"Lei dov'è diretta, signorina?…Signorina…dico
a lei!"
Arrossisco: "Non lo so".
"Come sarebbe a dire? Non sa dove sta andando?"
"No..a dire il vero sono salita su questo treno..ma..non ne
conosco la destinazione.."
Arrossisco sempre di più..rendendomi conto di essere ridicola,
pronuncio parole che hanno dell'inverosimile..ma come avevo potuto
essere talmente irresponsabile? Lui non mi avrebbe mai perdonato…
L'uomo continua a farmi domande nella sua lingua... io lo guardo...
rispondo con smarrimento, con rassegnazione….piena di collera
verso me stessa.
Ma... il treno dà uno strattone…..sento la Sua voce…
"Oddio…è riuscito a trovarmi!" Mi ha visto
salire sul treno!! No! Devo scappare!"
"Dove va, signorina? Ma chi è che l'ha trovata?"
"È Lui, è la Sua voce! Nooo!!"
"Signorina, si calmi!"
"La prego, faccia finta di non avermi visto, per favore, la
supplico!"
"Ma….."
"DEVO SCAPPARE VIA DA LUI!"
Esco dallo scompartimento come una furia... Lui per fortuna non
mi ha visto…è girato dall'altra parte…sta perlustrando
il vagone con due gendarmi... sento che devo prendere ancora quel
treno... so che se sono lì c'è un motivo... devo trovare
la ragione della mia fuga…non posso farmi prendere…NON
VOGLIO!
Inizio a correre, i gendarmi mi vedono.. sono più veloce
di loro….li semino…mi infilo velocemente in un altro
scompartimento…è tutto in penombra…qui non mi
scopriranno…mi infilo sotto la cuccetta e aspetto... oddio…dei
rumori…….una caviglia penzola dal letto…
Quel profumo di donna che invase la cuccetta mi travolse come un
bacio. Sentii i miei sensi risvegliarsi. Come mai, in un treno quasi
vuoto, aveva scelto proprio il mio scompartimento?
Una voce nella mia mente sussurrò: "Perché ha prenotato la cuccetta,
cretino", ma io la misi subito a tacere. Probabilmente mi aveva notato
fin da quando ero salito ed era venuta a cercarmi. Nel buio del treno
lanciato a tutta velocità nella notte svizzera, me la immaginai bellissima.
Finalmente mi aveva trovato. Io avevo trovato lei. Finalmente Alison
sarebbe uscita dalla mia vita, in cui così egoisticamente non aveva
voluto entrare.
Fui preso da un impulso irresistibile, dovevo scrivere, doveva esserci
una penna nel mio zaino, e allungai una mano per prenderlo.
Fu in quel momento che la sua mano mi afferrò la caviglia, non tanto
come un invito d'amore, quanto come chi si aggrappa alla prima cosa
che trova per non cadere, chi scambia la caviglia per una maniglia,
e tanto forte si aggrappò, che il treno in quel momento rallentava,
e io persi l'equilibrio, e con il cuore traboccante parole, caddi
per terra. Cademmo.
Eccomi sopra una donna sdraiata, pensai, come tante volte ho immaginato.
Che cosa si prova? Male al gomito. Avevo sbattuto il gomito. E lei
stava urlando, proprio come tante volte ho immaginato. Chiesi scusa,
tirandomi da parte.
Chi sei?
Chi sei?
Forse mi chiese anche lei chi sei, ma parlava una lingua straniera.
In quel momento il treno si fermò. Lei fu presa dal panico, cominciò
a camminare avanti e indietro nello spazio angusto tra le cuccette,
con le mani tra i capelli. Poi venne da me, mi prese i polsi, mi avvicinò
alla faccia il viso, e dalla bocca le uscì un fiume di parole, parole
che io, forse per l'eccitazione, e la paura, interpretai così, ma
non sono sicuro, perché ripeto, non parlavo la sua lingua.
"Tu mi devi nascondere."
"Chi? Io?"
"Tu mi devi nascondere, perché se mi trovano, mi stingono."
"Non avere paura. Non lascerò che ti stingano. Ma tu chi sei? Da dove
vieni? Chi è che ti cerca?"
"L'asino"
"L'asino?"
"L'asino mi ha timbrato tutto il carnet, ma non è colpa mia."
"Ho capito. Hai paura che salga il controllore."
"Tu non capisci un cazzo."
"Paride. Mi chiamo Paride. P-A-R-I…"
"Tu non capisci un cazzo, ma mi devi nascondere."
Dopodiché mi diede un bacio.
Il mio primo bacio.
E non era per niente come me lo ero immaginato. C'era l'odore, il
calore della pelle, e poi la carne. Si bacia con tutto il corpo, non
solo con la bocca, questo nessuno me lo aveva mai detto. Era molto
più bello di come me lo ero immaginato.
Mi sentii rinato. Anzi, no, non rinato. Mi sentii nato.
Per la prima volta nella mia vita, su quel treno fermo, in mezzo alla
neve, mi sentii un uomo. L'uomo della neve.
Si udirono dei passi lungo il corridoio.
Feci cenno alla ragazza di nascondersi sotto la cuccetta.
Mi misi a sedere e guardai fuori dal finestrino. Nel buio della notte
si distinguevano le montagne, e sopra le montagne, una capanna di
legno, in fiamme. Dalla capanna in fiamme fuggivano delle pecore,
e un pastore gridava parole in francese, terrorizzandole, perché non
scappassero.
La porta dello scompartimento si aprì. Entrarono due gendarmi in uniforme.
Uno dei due portava il cappello, l'altro no. Oltre a non portare il
cappello, il secondo aveva i cappelli spettinati, la camicia strappata,
e segni di bruciato sulla giacca.
"E' lui. Arrestiamolo", disse quello senza cappello.
"Non è lui", disse quello col cappello.
"Ti dico che è lui."
"Buonasera, mi scusi il disturbo", disse Col Cappello rivolgendosi
a me. "Posso chiederle dove è diretto?"
"A Milano", risposi.
"Hai visto? Non è lui", disse Col Cappello a Senza Cappello.
"E' lui. Sta mentendo. Nasconde qualcosa."
"Ma, no, che non nasconde qualcosa. Non ci credi? Chiediamoglielo.
Mi scusi, signore: nasconde qualcosa?"
"No", risposi.
"Hai visto? E' come dicevo io. Non nasconde qualcosa."
"Mente. Sbattiamolo dentro. Strappiamogli quel sorriso che ha sulla
faccia."
"Ma no, che non ha un sorriso sulla faccia. Mi scusi, signore: ha
un sorriso sulla faccia?" "No", risposi.
"Hai visto? E' come dicevo io. Non ha un sorriso sulla faccia. Ti
agiti sempre per niente", disse Col Cappello. Poi tirò fuori dalla
tasca una foto. "Mi perdoni ancora un'ultima domanda: ha visto questa
persona?"
Mi porse la foto. Era la ragazza nascosta sotto la mia cuccetta.
"La guardi bene e mi dica se l'ha vista", ripeté Col Cappello.
"Dirà che non l'ha vista, ci scommetto", disse Senza Cappello.
"Stai tranquillo. Dirà quello che deve dire. Non lo distrarre. Allora,
l'ha vista?"
"No", risposi.
"Lo sapevo!" esclamò Senza Cappello con aria affranta.
"Hai visto? Non l'ha vista."
"Non è vero. Ci scommetto che è sdraiata sotto la cuccetta. Lì sotto.
La vedo."
"Io invece non la vedo, perché il signore ha detto che non l'ha vista,
e io gli credo. Perché il signore è una brava persona. Vero, signore,
che è una brava persona?"
"E' vero", risposi.
"Ecco", disse Col Cappello. "Il signore è una brava persona, e non
direbbe mai una bugia."
"Ah, sì?", disse Senza Cappello. "E allora cosa ci fa quella scarpa
per terra?"
"Quale scarpa?", chiese Col Cappello.
"Quale scarpa?", chiesi io.
"Quella scarpa da donna, lì, per terra. Cosa ci fa lì per terra?"
Mi girai a guardare. C'era una scarpa da donna per terra. Doveva averla
persa la ragazza quando le ero caduto addosso.
"Eh già", disse Col Cappello. "Cosa ci fa quella scarpa da donna per
terra?"
Sentii gelarmi il sangue. Col Cappello e Senza Cappello mi fissarono,
aspettando una risposta.
Cosa ci fa?
Deglutii con la bocca secca, e guardi fuori dal finestrino. Mi veniva
da piangere. Il pastore era riuscito a spegnere le fiamme della capanna,
gettandoci sopra secchiate di neve. Ma le pecore nel frattempo si
erano disperse, andandosene ognuna per i fatti propri.
Mi voltai verso i due gendarmi.
"Mi è caduta", risposi. "Mi è caduta dalla valigia e stavo giusto
per raccoglierla."
"Vuol dire che è sua?" chiese Col Cappello.
"E' mia", risposi.
"E posso chiedere cosa ci fa, con una scarpa da donna?"
"La metto e la tolgo."
Col Cappello sembrava sollevato:
"La mette e la toglie. Perfetto. Ecco chiarito il mistero. Chiedo
scusa ancora per il disturbo, e le auguro buon viaggio. Augura buon
viaggio al signore."
"Buon viaggio", brontolò Senza Cappello.
"Ecco, lo vedi? Devi smetterla di essere così diffidente. La gente
è buona. E' buona la gente. Lo dico sempre, io…"
I due gendarmi chiusero la porta dello scompartimento e andarono a
quello successivo. Tirai un sospiro di sollievo. Udii qualche parola
sottovoce, poi Senza Cappello che esclamava: "E' lui. Arrestiamolo."
Il treno ripartì.
"Se ne sono andati, puoi uscire", dissi, ma la ragazza non rispose.
Allungai una mano sotto la cuccetta, e la toccai. Aveva la pancia
scoperta. La mia mano salì, incontrò il seno, morbido e caldo. La
ragazza mise le sue mani sulla mia. Il treno fischiò. Eravamo soli.
Il cuore mi batteva così forte che sembrava una mano che bussa alla
porta. Poi ascoltai meglio, ed era veramente una mano che bussava
alla porta.
La porta dello scompartimento si aprì di nuovo.
Un ometto piccolo e calvo, vestito di verde, con una valigetta da
medico di campagna, entrò. Disse, sorridendo:
"Bonsoir. Je ne parlez pas francais. Bonsoir."
Poi salì la scaletta, e andò ad infilarsi sulla cuccetta più in alto.
Non ce la faceva ad arrivare, per via della gambette corte, quindi
dovette sgambettare un po' prima di sistemarsi.
Continuò a parlare, mentre si toglieva le scarpe, in una lingua che
non conoscevo. Sembrava che si stesse raccontando una storia da solo,
oppure che recitasse le preghiere prima di andare a dormire. Ma dovevano
essere preghiere divertenti, perché ogni tanto se la ridacchiava,
tra sé e sé. E' bello ridere parlando con Dio.
Io mi rimisi in piedi e cercai di infilarmi la camicia nei pantaloni.
Raccolsi da terra la scarpa da donna e la nascosi dentro al mio zaino.
Mi sdraiai sulla cuccetta sotto la quale era nascosta la ragazza.
L'ometto, senza smettere di parlare, aprì la borsa e tirò fuori delle
foto. Potevano essere immaginette sacre, pensai. Con mia sorpresa,
me ne porse una.
Era la foto di un asino.
"Molto bella", dissi, e gliela restituii. Me ne diede un'altra, e
ridacchiò.
Era la foto di un naso, un enorme naso in primo piano. Sullo sfondo
del naso, si vedeva il deserto. Guardai meglio questa foto. La capovolsi.
Il naso, capovolto, sembrava un portaombrelli. Ridiedi la foto all'ometto.
Lui mi mise davanti la sua manina, con tutte e cinque le dita aperte,
e disse:
"5 euro."
Scossi la testa.
"No, grazie."
L'ometto abbassò un dito:
"4 euro."
Di nuovo lo ringraziai, e dissi di no.
L'ometto allora mi porse una terza foto. Era una donna. Nuda. Le guardai
il viso. Era la ragazza nascosta sotto la mia cuccetta. L'ometto aprì
tutte e due le manine le agitò davanti a me, come chi saluta i parenti
da un treno che parte:
"10 euro", disse.
Presi il portafoglio e gli diedi 10 euro. Erano gli ultimi che avevo.
L'ometto sorridente prese i soldi e mi diede anche l'asino e il naso,
io feci cenno che non li volevo, ma lui insistette, così li presi.
Rimasi per un po' a guardare le foto mentre il treno correva nella
notte. Il sonno cominciava a salirmi addosso.
Mi coricai. Avevo freddo e presi una coperta.
Sentii che stavo per addormentarmi. Lasciai penzolare giù una mano,
e la ragazza la prese nella mia, intrecciò le sue dita alle mie.
Chiusi gli occhi, e sognai.
Nel sogno, ero seduto su una panchina, su una banchina, alla stazione,
davanti a un treno fermo. Avevo in mano le tre foto e le guardavo:
l'asino, il naso, e la ragazza nuda.
La ragazza a un tratto si mosse, prese vita, uscì dalla foto, e venne
a sedersi accanto a me.
"Non hai freddo?" le chiesi.
"Guarda, il treno sta partendo", mi rispose lei, perché nel sogno,
magicamente, parlava la mia lingua.
Mi voltai verso il treno, e vidi la mia immagine riflessa nel vetro
di una finestrino. Avevo in testa un turbante, e legata al fianco,
una lunga scimitarra scintillante. Ero Sandokan, finalmente.
Il treno stava effettivamente per partire. Mi alzai. I sandali da
Mille e una Notte mi davano un po' fastidio ai piedi.
"Presto, andiamo", le dissi, e lei, nuda, rispose: "Saremo sempre
insieme."
Andai verso il treno, ma una tigre inferocita sbucata da sotto i binari
venne a tagliarmi la strada. Per fortuna con due colpi di scimitarra
riuscii a sbarazzarmi di lei.
Le porte del treno si stavano rapidamente chiudendo, una dopo l'altra.
"Forza, che perdiamo il treno!", gridai alla ragazza, che era ancora
seduta sulla panchina. "Saremo sempre insieme", si limitò a ripetere
lei, guardandomi, nuda.
"Ho capito. Allora muoviti. Sta partendo", le gridai, salendo la scaletta,
entrando nel treno.
"Sali!"
"No", rispose lei, e mi sorrise.
"Ti dico, sali!"
"No."
La porta automatica del mio vagone stava per chiudersi. La tenni aperta
con la forza.
"Sali!"
"No", disse la ragazza un'ultima volta, e il sorriso sotto si suoi
occhi si allargò.
La porta si chiuse con uno scatto. Il treno si mosse. L'avevo perduta.
Andai a cercare un posto vuoto. Era vuoto tutto il treno. Mi sedetti.
Ero confuso. "Sali!" "No." Quelle parole ancora mi riecheggiavano
in testa. Perché ripeteva che saremmo sempre stati insieme, quando
si rifiutava di salire sul treno con me?
Presi una delle foto e la voltai. Sul retro, bianco, scrissi:
Sali
No
Fissai a lungo le parole. Cosa poteva significare? Niente, si sarebbe
detto. Niente.
Un momento…
Un'idea mi illuminò.
Smisi di guardare le parole, e guardai le lettere.
s a l i n o
Provai a spostarle…
a l i s o n
Che strana coincidenza.
Girai di nuovo la foto. Era quella dell'asino.
Un momento. L'asino.
l a s i n o… a l i s o n
Non potevo crederci.
Presi la terza foto che mi aveva dato l'ometto, quella del naso.
i l n a s o… a l i s o n
Restai di sasso.
Dunque la ragazza nuda era Alison? Oppure no? Cosa significava tutto
questo?
Ci sono certi spaventi che ti prendono in sogno, sufficienti a svegliarti.
Mi svegliai. Era giorno.
Sdraiato sulla cuccetta come mi ero addormentato, stringevo ancora
per mano la ragazza.
Mi sporsi e guardai sotto per cercarla.
La ragazza non c'era.
Intrecciata alle mie dita, c'era una mano, che partiva come mano e
continuava fino al polso, e poi si interrompeva. Nel nulla. Solo una
mano.
Cacciai un grido. Balzai in piedi. Non c'era più nessuno, né l'ometto
né la ragazza.
Guardai fuori dal finestrino.
Eravamo a Lucerna.
Si inserisce qui il dialogo da scompartimento inviato
da "Ajuola del pino" dal titolo "Stazione di lucerna"
Stazione di Lucerna. Entra nello scompartimento il controllore italiano.
Controllore Le ho portato lo strumento.
Paride …
C. Guardi che lo faccio solo per farle una cortesia, in realtà
sarebbe proibito dal regolamento.
P. …
C. E' stato il signore sul marciapiede, mi ha indicato lei e mi
ha detto di consegnarle lo strumento. Mi ha anche dato una bella
mancia.
P. (apre la custodia, ne trae un bigliettino, scrive un biglietto
a sua volta)
Per favore, lo consegni al signore che dice, per favore.
C. Il treno riparte tra un quarto d'ora e io devo lavorare, (incassa
una cospicua mancia), vedrò di fare il possibile, se lo vedo,
c'è molta gente, è sabato. Il signore mi ha detto
che lei è un famoso musicista, che ha fatto il concerto qui
ieri sera, che ha suonato col maestro, eh… (esce,rientra)
Chissà che bella vita, quella del musicista! (esce,rientra)
Chissà quante belle donne vede lei! (esce, rientra) E poi
si guadagna bene! (esce)
P. (fa il bigliettino in mille pezzi)
Entrano nello scompartimento due donne volgari.
D1 Non vedo l'ora di arrivarci, di mettere i piedi in un bel bidet
di acqua calda…
D2 Ma che, sei scema? Ci cambiamo e andiamo subito giù!
D1 Che fretta c'è? Abbiamo dieci giorni!
D2 Io detesto i laghi, è umido, fa freddo, mettono tristezza
e ti senti già in pensione
D1 E chi ce la da a noi, la pensione?
D2 Appunto, così mi ricordo pure che non ce l'avrò
mai, la pensione
D1 Io mi sposo, così poi ho la pensione di mio marito quando
muore.
D2 Perché tu muori prima di tuo marito..
D1 Non si sa mai.
D2 Se è così… Ha il violino.
D1 …
D2 ha il violino.
D1 ...
D2 ti dico che è quello del violino
D1 E che mi frega se ha il violino…
D2 Ah, ma allora non capisci proprio niente. (a Paride) Scusi, vediamo
che lei è musicista. Se non siamo indiscrete, forse ha suonato
al concerto ieri sera? E' stato un grande avvenimento mondano, sa…
c'era gente fin dalla Sicilia, si immagini, da Roma, da Londra,
da Bruxelles…
P. Ah …
D1 ... da Mosca! da New York!
D2 E così adesso se ne torna a casa, o va a suonare da qualche
altra parte?
D1 A me piace molto cantare! Sa che quando ero piccola la mamma
voleva mandarmi al Conservatorio, poi le difficoltà, le guerre,
le rivoluzioni, non si poteva stare in pace un momento, per studiare
ci vuole una vita tranquilla, non le sembra?
D2 Eh sì, tranquilla tranquilla, come quella che facciamo
noi. Però lei mi pare veramente simpatico, è un tipo
socievole, di compagnia, il viaggio è lungo, è noioso...
P. ???
D2 Ma sì, dai glielo chiedo… la mia amica canta, lei
suona…
D1 La conosce questa canzoncina, (canticchia …….)?
D2 (continua la canzone)… la conosce? ah sono contenta…
L'ho sentita a piccola, da mia zia, a Praga, e la uso come portafortuna…
se lei la suona sono sicura che questa sera le cose andranno come
si deve, non si sa mai, bisogna aver fortuna con certe cose, se
lei la suona mi andrà tutto bene, anzi sa che le dico, i
debiti si pagano in anticipo… prenda (da' a Paride una moneta),
la prenda altrimenti la fortuna mi va storta…
Si sente cantare dal corridoio del treno la stessa canzone, da
una bella voce infantile. Entra nello scompartimento un bambina.
Bambina Buongiorno! Non suona più? Che peccato! Lo zio mi
ha detto, sali e vai nel terzo scompartimento, quello dove c'è
quel signore col violino, così canti fino a Milano e ti passa
il tempo…
D2 Davvero! E' un peccato che non suoni più! Un musicista
come lei! Che ha suonato al grande concerto di ieri sera! Chissà
come ama il suo strumento! Gli vorrà più bene che
a una donna, che a una figlia! Se lo porta anche a letto? Che peccato!
Una dorme con lei, che, mi permetta, è anche un bell'uomo,
e si trova di mezzo il violino! (alla 1a) Questa notte, ti sei trovata
di mezzo il violino?
D1 Sei sicura che fosse lui?
D2 Certo che è lui, l'ho riconosciuto subito.
D1 E allora come fa ad avere il violino?
B. Lo zio mi ha dato un biglietto per lei. Tenga. Io però
il biglietto l'ho letto. Scusi sa, sono una curiosa, troppo mi hanno
detto. Così l'ho letto. Allora andiamo proprio a Milano.
Sono contenta, non ci sono mai stata. Lo zio mi ha detto sta attenta
che è un tipo distratto, si dimentica anche di mettersi le
scarpe prima di uscire di casa, sta attenta che non ti dimentichi
sul treno!
D2 Ah così va a Milano! Signor… Come si chiama?
P. Paride
D1 Paride? Oh bella, e io che mi chiamo Elena!
D2 Sì, e io Briseide! Signor Paride, non si offenda se mi
intrometto, ma la vostra compagnia mi è diventata indispensabile,
così tutto di un colpo… e noi non ci vogliamo rinunciare…
Voi stasera ve ne venite a Locarno con noi, così un piccolo
diversivo, una sosta per via. Lei suona, Elena e la bambina cantano…
Come ti chiami, tesoro?
B. Lo zio sa come mi chiamo…
D2 Oh Madonna, e che avrò detto mai? Ci sta?
P. Si.
Vai alla quarta ed ultima
tappa del viaggio...